Perché gli artisti sono poveri?

Un argomento che mi riguarda da vicino! 😀

La storia dell’arte c’insegna che non basta avere talento per acquisire fama e ricchezza. In ogni tempo ci sono stati fattori determinanti che hanno procurato agli artisti grandi successi oppure indifferenza e miseria.

Ma cosa determina, oggi, la notorietà di un artista?

Sicuramente un fattore fondamentale è il personal branding. Perdonate l’utilizzo dell’inglese, ma il vocabolario del marketing è improntato a un linguaggio ormai universale che, più o meno, abbiamo imparato tutti a usare.

Personal branding, dunque: la capacità di far parlare di sé, attraverso strategie pianificate scientificamente. “Bisogna sapersi vendere”, recita il mantra che a me suona come un incubo (non mi so vendere, io!).

“Il mondo dell’arte è un sistema fatto di relazioni e chi è più bravo a tesserle ha più successo di chi non lo è. È probabile che un buon artista capace di promuovere il suo lavoro raggiungerà una fama maggiore di un fenomeno incapace di comunicare.” Parola di Nicola Stoia, che si occupa di arte.

D’altra parte il dott. Roberto Goya-Maldonado, capo del Dipartimento di Neuroscienze ed Imaging del Laboratorio di Psichiatria del Medical Center dell’Università di Göttingen, in Germania, ha elaborato uno studio e l’ha fatto diventare una piccola ricerca pubblicata poi sul Creativity Research Journal.

In breve, “i risultati indicano l’esistenza di differenti tratti neurali nel sistema di ricompensa dopaminergico (che regola funzioni cognitive e motivazionali, n.d.r.) degli artisti, che sono meno interessati all’ottenimento di ricompense monetarie”. Sarà il mito romantico dell’artista povero e maledetto?

C’è una lotta, insomma, tra l’istinto dell’artista che lo porta a vivere in modo distaccato da tutto ciò che di venale lo circonda e la necessità di guadagnare per campare.

Snoopy
Snoopy pittore

L’economia, ormai, si è impossessata anche dell’arte. Come sostiene Stoia, “bisogna sempre tenere bene in mente che prezzo e valore sono due cose diverse che non sempre combaciano. Ci sono artisti che costano poco e che valgono tanto, come ci sono artisti che hanno raggiunto quotazioni altissime ma le cui opere non hanno un valore poi così grande.”

Si assiste, così, al fenomeno di chi investe nell’arte, badando molto poco a ciò che il suo acquisto gli suscita. Tutto diventa un gioco di mercato, dove galleristi e compratori interagiscono secondo logiche spesso lontane dal significato più puro dell’arte stessa.

Le gallerie, ormai, non sono più animate da mecenatismo che insegue il talento sconosciuto: noi pittori sappiamo bene che per esporre dobbiamo pagare, sostenendo tutte le spese relative a mostre e pubblicità. E se questo è un mezzo per farsi conoscere, il rovescio della medaglia è davvero triste: chi ha maggiore disponibilità di denaro, ha maggiore possibilità di mostrare il proprio lavoro. Così come – e questo è forse l’aspetto peggiore – di acquistare recensioni di critici famosi che di conseguenza attirano gli investitori..

Accade allora di vedere esposizioni in cui campeggiano opere che di artistico hanno ben poco: è come assistere alla prostituzione di chi dovrebbe, invece, scovare la bellezza, l’estro, il genio che sicuramente si nascondono nella massa di artisti sconosciuti che non riescono a emergere.

Per quanto mi riguarda, la strada è in salita. Spesso ho momenti di sconforto perché lo sguardo sulla situazione attuale è davvero avvilente. Non solo non so vendermi, non so nemmeno vendere: farmi pagare è imbarazzante, spesso chiedo solo il rimborso spese per i costi sostenuti. E’ come se il mio lavoro non contasse nulla, me ne rendo conto. Eppure persevero nella svalutazione di ciò che faccio. E’ una sinergia a catena: insicurezza, mercato ostile, assenza di fondi personali da investire, blocco autocommiserativo, qualcuno che mi dice “sei brava”, di nuovo a dipingere, ma poi ancora insicurezza… e si ricomincia.

L’unica cosa che mi tiene ancora saldamente attaccata ai pennelli virtuali è l’amore per la pittura. Un amore che è anche parte della mia vita e da cui non riesco a prescindere. Perciò, se ci sono giorni in cui non riesco nemmeno a disegnare un fiorellino, ce ne sono altri in cui il bisogno di dipingere mi fa dimenticare tutto il resto.

La speranza – la mia come, credo, quella di altri come me – è che il mio lavoro regali qualche emozione. Questa è la gratificazione più importante.

E, a te che leggi, cosa interessa maggiormente in un’opera d’arte? La firma o ciò che ti regala? Acquisteresti un dipinto perché ti piace o perché lo ritieni un investimento? Oppure entrambe le cose…

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